La storia dell’abbigliamento è salita per la prima volta in “cattedra” vent’anni fa, nel 1986, presso l’Università degli
Studi di Udine, Facoltà di Lettere e Filosofia, nell’ambito dell’allora “neonato” Corso di Conservazione dei Beni artistici,
anch’esso appena attivato.
Antesignano per l’ Italia, l’Ateneo udinese iniziava il Corso di Conservazione, che tanto successo avrebbe avuto tra la
popolazione studentesca, per la carica di aspettative riposte nel “patrio” patrimonio artistico.
La moda era molto “di moda”, in quanto spiccava tra le voci più importanti dell’economia italiana, con un fatturato
straordinario: era dal Rinascimento che non si assisteva ad un simile interesse per i nostri stilisti, sarti, tessitori,
calzaturieri ecc.
Si aprivano scuole di “stilismo”, si inseriva la materia nei programmi degli Istituti professionali e dunque anche in
quelli universitari, all’epoca leggermente in declino.
Centinaia di aspiranti futuri conservatori museali o funzionari di soprintendenze ai Beni storico-artistici
(oggi ridefiniti anche “ambientali-demo-etno-antropologici”), si sono avvicinati in quegli anni con grande
interesse alla materia, comprendente non soltanto la storia vestimentaria dal secolo XIII (cioè dalla nascita delle
corporazioni e dal differenziarsi delle fogge maschili e femminili) al XIX (con l’imporsi del prodotto industriale sul
manufatto), ma anche le vicende tecniche e artistiche di stoffe, ricami e merletti fondamentali nell’abbigliamento.
Si cercava nel contempo di portare avanti un’azione sensibilizzante su una corretta manutenzione del “tessile” museale, in
grado di prolungarne l’esistenza e procrastinarne la fine (comunque inevitabile in quanto materiale organico) e sull’uso
ponderato di eventuali restauri, non sempre irreversibili.
Ho avuto dunque l’onore di essere la prima docente universitaria in tale insegnamento, tuttavia mai ritenuto meritevole
di concorso in ambito accademico, proseguendo fino ad oggi una lunga carriera a contratto, alternata tra gli atenei di
Udine, Venezia e Padova. Storica dell’arte e paleografa, direttrice (1974-81) della biblioteca-tessilteca del Centro
Internazionale delle Arti e del Costume di Palazzo Grassi, curatrice in Italia e all’Estero di decine di mostre
specialistiche su tessuti, merletti e moda, saggista sui più disparati temi dello stesso vasto argomento, devo tuttavia
alla schedatura di migliaia di esemplari tessili (dal reperto archeologico fossilizzato ai gonfaloni marciani; dai ricami
bizantini alle vesti di santi, per es. di S.Antonio di Padova, S.Luca Evangelista, S.Lucia di Siracusa ecc.,
e di poeti come Petrarca ; dai paramenti rituali cristiani, greci ed ebraici ai costumi teatrali (per esempio di Eleonora
Duse), l’esperienza sul campo e quindi una solida competenza in progress, che cerco di trasmettere, assieme a più banali e
ovvii “bagagli” nozionistici, ai numerosissimi allievi.
Attratta dal fenomeno delle rievocazioni storiche, in inarrestabile ascesa ovunque, rassicurata dalla serietà e dal
desiderio di “scientificità” di associazioni come CERS e Veneto Storico, mi è capitato di dare, come oggetto di tesi
(oltre, naturalmente, a consueti argomenti investigativi in materia, soprattutto in ambito veneto), anche lo studio critico
delle ricostruzioni vestimentarie realizzate in iniziative locali di tipo storico o folclorico, allo scopo di incentivare
altresì l’eventuale inserimento professionale di giovani laureati nel loro territorio.
Dunque, quando il comitato di redazione di Ars Historiae mi ha proposto di tenere una sorta di rubrica fissa, ritenendo
utile e coinvolgente per i lettori specialisti della rivista presentare, in articoli sintetici, gli elaborati di tesi più
interessanti relativi all’abbigliamento del Passato, offrendo contemporaneamente una preziosa opportunità di pubblicazione
post lauream, ho accettato con entusiasmo.
DORETTA DAVANZO POLI
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